Il Basket siamo noi è un’associazione senza scopo di lucro costituita nel 2016 da un gruppo di appassionati al fine di creare un supporter trust a sostegno della Pallacanestro Varese.

Nei suoi primi tre anni di vita è arrivata ad acquisire il 5% delle quote della società, diventando parte attiva della proprietà della stessa, e si è posta come un punto di riferimento nella grande famiglia costituita dai tifosi dello storico club varesino, tagliando il traguardo dei 500 associati.

Se lo scopo sociale primario rimane quello di generare risorse economiche utili alla gestione di Pallacanestro Varese, attraverso il coinvolgimento del maggior numero possibile di aderenti, la quotidianità del Trust va ben oltre questo: con le sue iniziative e con i suoi servizi a beneficio degli iscritti e della collettività cestistica varesina, Il Basket Siamo Noi è una nuova e coinvolgente esperienza di tifo per tutti coloro che amano i colori biancorossi.


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DIVISE E COMBACIANTI: LE DUE METÀ DI CARLO RECALCATI

Le fotografie della Stella a sinistra, il gagliardetto della Forst a destra. La maglietta rossa del Trust Il Basket Siamo Noi sotto, una felpa blu subito sopra. E chissà quante altre metà, perfettamente divise ma anche perfettamente combacianti, potremmo osservare dentro quella stanza, dentro quell’uomo, dentro il suo cuore. Basterebbe andare un po’ più in profondità: noi ci abbiamo provato con questa intervista.

L’eroe dei due mondi Carlo “Charlie” Recalcati scende in campo, così come i tifosi cui ha regalato indicibili soddisfazioni sportive, per giocare il derby della solidarietà. Scende in campo per l’ospedale di Circolo di Varese e per la Croce Rossa di Cantù: con un video, che ci ha permesso di iniziare a “spiare” nella sua doppia dimensione canturina e varesina, e con le parole che da qui in avanti potete leggere.

 

Coach, cos’ha pensato quando le hanno raccontato di “All Togheter Now-#vinciamoloinsieme”, iniziativa che mette nella stessa “squadra” due tifoserie che più nemiche non si può?

Ho pensato che nella vita, prima o poi, vedi di tutto… E che quindi mi sento ancora più fortunato ad avere goduto di una lunga esistenza: Cantù e Varese insieme… mai avrei immaginato una cosa del genere! Battute a parte, l’aspetto più importante è che di fronte a una situazione di emergenza - quella che stiamo vivendo è come se fosse una guerra - anche le più accese rivalità vengono messe da parte per un fine comune: vincere una battaglia importante.

 

Dà sollievo constatare che il fuoco della solidarietà arde anche in un momento in cui tutti stiamo perdendo qualcosa?

Tralasciando il resto, se analizziamo solo le conseguenze economiche di questa pandemia, osserviamo che quasi ogni famiglia, quasi ogni persona sta perdendo ciò che nel passato ha costruito, magari con fatica, pensando con preoccupazione a cosa potrà fare quando tutto sarà finito e se potrà ritornare a vivere la propria normalità. Eppure, proprio in un contesto simile, la capacità di pensare al prossimo riesce a prevalere sull’egoismo. Viene fuori l’indole italiana più autentica: siamo degli egoisti e degli individualisti quando le cose vanno bene: quando si mettono male, invece, emerge tutta la nostra sensibilità verso gli altri e ci dimostriamo in grado di unirci.

 

Lei è stato scelto come unico testimonial dell’iniziativa tra gli ex di entrambe le squadre, anche tenendo conto del pensiero dei tifosi: difficile trovare un altro personaggio comune alle due realtà così egualmente amato sia a Varese che a Cantù… Le fa piacere, immaginiamo.

Mi fa assolutamente piacere, anzi di più: mi rende orgoglioso. Il perché sta nella storia delle due società. Ora vi racconto un aneddoto: ho un’età tale da poter ricordare il primo storico scambio di giocatori tra Varese e Cantù, a metà degli anni cinquanta. Protagonisti furono Sergio Marelli, che dal Sacro Monte prese la via della Brianza, e Alfredo Broggi, che fece il percorso inverso. E lo stesso Broggi mi raccontò poi di quanto questo avvenimento avesse fatto enorme scalpore. Oltretutto lui faceva il mobiliere qui a Cantù, una professione simbolo di questa terra: pensate quanto fu arduo spiegare ai suoi concittadini che sarebbe andato a vestire la maglia degli altri…

 

… Una specie di “tradimento”…

Praticamente sì! Ma lo scambio citato fu solo il primo di una lunga serie: dopo di loro, tanti altri giocatori e allenatori, anche molto importanti, hanno seguito le stesse orme. Questo chiarisce ancora di più il concetto: essere stato scelto mi emoziona davvero e mi fa sentire ancora più unito alle due realtà. Entrambe hanno avuto un peso capitale nella mia carriera: Cantù mi ha dato la possibilità di diventare un giocatore di serie A, Varese mi ha regalato la chance di far crescere la mia carriera di allenatore, tornare in Serie A e vincere il mio primo scudetto da coach. Sono cose che non si possono dimenticare. Sono cose che ti legano a doppio filo. 

 

La doppia appartenenza le ha mai causato problemi nella sua quotidianità?

No, nessuno me l’ha mai fatta pesare… Poi, che ci fosse qualcuno non contento, soprattutto a Cantù, è fuor di dubbio. Se devo dirla tutta, la percezione che ho avuto negli anni è che il tifoso canturino abbia vissuto con maggior “fastidio” la mia militanza sulle panchine di Fortitudo Bologna e Siena, piuttosto che su quella varesina. In tal senso vi racconto un altro aneddoto che vi farà sorridere… Nel mio periodo a Siena, a causa degli impegni sportivi, tornavo a Cantù molto raramente e, quando capitava, ero costretto a sbrigare diverse faccende. Un giorno ero in coda in banca, dietro di me un tifoso: per lungo tempo stiamo zitti entrambi. Poi a un certo punto lui prende coraggio e mi fa: «Senta, signor Recalcati, io questa cosa gliela devo proprio dire… Va bene Varese, passi Bologna, ma Siena proprio no eh…»

 

Ma Cantù e Varese (e canturini e varesini) sono davvero così diversi?

No, soprattutto perché la distanza tra le due città è veramente minima. Ci sono differenze nel tessuto lavorativo, ma non nello “stampo” delle persone, nelle loro preferenze e nelle loro abitudini. Il termine “cugini” rende davvero l’idea di appartenere a una sola famiglia ed è per questo che il derby vero, per me, è sempre stato e sempre sarà Varese-Cantù, non quello di entrambe con Milano (e lo dico da milanese di nascita). Con le Scarpette Rosse c’è sicuramente rivalità, ma non quella vicinanza che rende speciali le occasioni di confronto.

 

Un luogo di Varese e uno di Cantù che si trovano nel suo cuore…

Di Varese, lasciando stare posti a me comunque cari come il lago e il Sacro Monte, dico senza  alcun dubbio la sede della società. Sia il Campus, durante la prima esperienza, che quella in piazza Monte Grappa nella seconda. La sede intesa non come luogo fisico, ma più come “luogo dell’anima”: lì vivevo la mia quotidianità, lì c’erano tutte quelle persone, e non parlo solo dello staff tecnico, con cui condividevo la maggior parte del mio tempo e che mi aiutavano a conoscere meglio la realtà in cui mi ero calato. Per Cantù, invece, vado sicuro su piazza Garibaldi, dove la vita del basket scorreva e scorre ogni giorno: nei suoi numerosi bar, uno vicino all’altro, si viveva e si vive ancora per questo sport. E chi lo ama si sente al centro.

 

Trofei preferiti? Facile dire lo Scudetto 1999, per quanto riguarda Varese… Ma per quanto riguarda Cantù? 

Il primo scudetto, quello che abbiamo vinto nel 1968. Ogni prima volta ha un sapore particolare, e quella non è stata solo una prima volta per me, ma anche per un’intera città e per i suoi tifosi. Indimenticabile. La vittoria in questione mi ha anche regalato una delle possibilità che mi hanno dato più gusto nella mia carriera: conoscere cosa si prova individualmente quando si arriva primi ed essere capaci poi, nel momento delle successive vittorie, di gustarsi di più le emozioni degli altri. E allora penso anche a Varese, appunto alla Stella, che identifico come “una prima volta” per tutti quegli appassionati giovani che non avevano goduto dei grandi trofei del passato. In tanti mi fermavano per strada e mi dicevano: «Coach, siamo stufi di sentir parlare i nostri nonni e i nostri padri: vogliamo vincere qualcosa anche noi!». So quindi perfettamente cosa hanno provato quando quello scudetto è davvero arrivato.

 

Facciamo un patto: noi le diciamo derby e lei ci risponde con le prime due cose che le vengono in mente…

Parto con un’altra battuta. La cosa che subito mi viene in mente se penso al derby è ciò che mi hanno detto a Cantù quando avrei dovuto affrontarlo per la prima volta: «Appena arrivi a Varese in via XXV Aprile, abbassa l’antenna dell’auto!» Sapete, all’epoca le trasferte non si facevano in pullman e un po’ di apprensione per la propria macchina, vista la rivalità, c’era! E avveniva anche a parti invertite eh! Dal punto di vista sportivo, invece, dico questo: penso al rapporto con gli avversari. C’era grande rispetto fra noi, grande considerazione. Con Aldino Ossola, ma anche con altri, spesso anche compagni d’estate in Nazionale, nel pre-partita ci si confrontava sulla propria vita, ci si interessava gli uni degli altri: poi, in campo, si faceva di tutto per vincere.

 

Ora andiamo sul complicato: vogliamo sapere il quintetto ideale del derby di quando lei era giocatore.

No, ragazzi: questa domanda è troppo difficile! Non potrei rispondere, dovrei metter dentro l’intera formazione dell’Italia di quell’epoca, più tutti gli stranieri! Mi devo purtroppo astenere… 

 

Ci dica almeno se Carlo Recalcati ne farebbe parte…

Beh, Recalcati ci starebbe… Sicuro.

 

E quello del Recalcati coach delle due squadre?

Anche qui molto molto difficile, ma forse non impossibile. Di certo verrebbe fuori una miscela mica male tra Pierluigi Marzorati, Antonello Riva, Pace Mannion, Gianmarco Pozzecco, Andrea Meneghin e Veljko Mrsic… 

 

Coach, in conclusione: come dovrà rinascere la pallacanestro dopo un così problematico stop?

La pallacanestro dovrà rinascere sicuramente migliorata, perché questa situazione è arrivata in un momento storico in cui il basket non trascorreva, detto sinceramente, un buon periodo. E se è vero che dalle disgrazie si può uscire rafforzati, beh… l’occasione allora è quella giusta. A patto che si inizi a pensare ora a cosa fare. 

 

E cosa bisognerebbe fare davvero secondo lei?

Programmare i prossimi tre anni, non solo quello che verrà. Per permettere a tutte le società, a tutti i livelli, di posizionarsi in un nuovo progetto tenendo conto delle difficoltà economiche e fattive di ogni realtà. E aggiungo questo: se il mondo del basket ha bisogno di aiuto, non stia fermo ad aspettarlo, ma lo vada a chiedere. Precisando quali sono le sue vere necessità. 

 

 

Fabio Gandini